All'infuori del cane, il libro è il migliore amico dell'uomo (Groucho Marx)



lunedì 20 settembre 2010

Le pari opportunità

"Avrebbe letto, non importava che cosa,  mentre la cena cuoceva su un fuocherello da bivacco senza fumo: parole di un qualche tascabile porno, logoro e senza copertina, o magari Mein Kampf, o un fumetto di Robert Crumb, o uno dei fogli fascisti degli "America Firsters" o dei "Figli dei Patrioti". Davanti alla parola scritta, Flagg era un sostenitore delle pari opportunità."  (Stephen King, "L'ombra dello scorpione", pag. 161, Bompiani, 1990)

venerdì 3 settembre 2010

"Cari amici di Mondadori preferisco la giustizia" di Vito Mancuso

Sono consapevole che ognuno si sceglie le battaglie ideali come meglio crede e io non intendo insegnare nulla a nessuno. Cerco solo di dare il mio contributo perché l'Italia possa un giorno non essere più il paese dei furbi. Giornali, radio, siti, tv, non vi è stato mezzo di comunicazione che non abbia ripreso e alimentato il dibattito sviluppatosi in seguito al mio articolo del 21 agosto "Io autore Mondadori e lo scandalo ad aziendam". Naturalmente ognuno ha detto la sua, sia in merito alla questione in sé sia a me che l'avevo sollevata, facendomi provare l'ebbrezza di un viaggio sulle montagne russe della psiche col passare da coscienza profetica a povero ingenuo, da eroe coraggioso a ipocrita opportunista. Su quest'ultimo aspetto non ho nulla da replicare, registro solo lo spettacolo di individui così incapaci di prescindere dall'ego e concentrarsi sulle cose in sé da risultare impossibilitati a concepire che qualcuno faccia qualcosa senza volerci guadagnare. Molto più interessante è la dimensione oggettiva della questione, che ritengo di poter riassumere come segue. 

1. Esistenza del problema: il problema da me sollevato esiste, non è per nulla nuovo perché risale al 1993 cioè a quando il proprietario della Mondadori entrò in politica, e spesso riaffiora come i sintomi di una malattia non curata. Persino i giornali e le tv (Tg1) che ne hanno sostenuto l'inesistenza in realtà col loro zelo hanno confermato che esiste, perché non si dedicano pagine e minuti preziosi a un falso problema.

Si fa così solo con un problema vero di cui si vuole sostenere capziosamente la falsità.   

2. Essenza del problema: nella sua specificità il problema consiste in quell'immenso agglomerato di potere che (caso unico in occidente) fa capo all'attuale premier e che genera il nodo da tutti conosciuto come "conflitto di interessi". Se il Gruppo Mondadori non fosse "sua" proprietà, la discutibile legge ad aziendam voluta dal "suo" governo rientrerebbe al massimo nelle normali pressioni che le singole lobby esercitano in ogni democrazia di libero mercato. Purtroppo però la proprietà del Gruppo Mondadori e la guida del governo coincidono, il che conduce chi riflette in modo disinteressato a non poter evitare di associare la legge di cui ha beneficiato il "suo" gruppo editoriale (pagando solo 8,6 milioni invece di 350) alle altre leggi ad personam finora volute dal "suo" governo, compresa la legge-bavaglio contro la libertà di stampa e il progetto di legge sul processo breve.

3. Prospettive di soluzione del problema: Eugenio Scalfari (le cui parole affettuose ricambio con gratitudine) affermava in risposta al mio articolo che il problema "si combatte politicamente". È vero, ma mi permetto di replicare che la politica, come l'essere secondo Aristotele, "si dice in molti modi", non tutti riservati ai politici di professione. Uno di questi modi è la pubblicazione che, come dice la stessa parola, è un gesto pubblico, spesso non privo di risvolti politici e mai privo di risvolti economici, soprattutto per autori da primi posti della classifica vendite.
In questa prospettiva io chiedo due cose: A) l'autore ha il dovere di verificare la correttezza etica (e non solo giuridica) del proprio editore? B) l'autore ha il dovere di chiedersi quali investimenti sostiene con il profitto da lui generato?
A entrambe le domande si può rispondere di no, che un tale dovere dell'autore non c'è, sostenendo da un lato che l'autore si deve preoccupare solo della libertà di esprimere le proprie idee, del prestigio del catalogo, della professionalità dei funzionari editoriali e basta, e dall'altro lato che ciò che conta per lui è unicamente la capacità di promozione, distribuzione e vendita dell'editrice alla quale affida il suo testo. Molti degli autori del Gruppo Mondadori intervenuti a seguito del mio articolo hanno sostenuto in parte o per intero queste prospettive, compresi Eugenio Scalfari, Corrado Augias e Adriano Prosperi. Mentre nessuno si è posto la domanda B, nella risposta alla domanda A Scalfari ha distinto gli attuali dirigenti che guidano l'Einaudi dalla proprietà da cui i medesimi dirigenti dipendono, Augias ha dichiarato che il suo rapporto con la Mondadori "non è con una marca ma con uomini", Prosperi è stato il più duro giungendo a negare la stessa pertinenza del problema: "Mettersi ad aprire una discussione in termini moral-editoriali lascia il tempo che trova".
Io non sono d'accordo. Io penso che discutere pubblicamente delle pubblicazioni sia qualcosa di molto utile se non un dovere, e penso che alle due domande poste sopra si debba rispondere con un netto sì: l'autore ha il dovere di vagliare la correttezza etica della sua editrice (e del Gruppo al quale essa fa capo) e si deve chiedere a quali investimenti contribuisce con il profitto generato dalle vendite delle sue opere. Naturalmente mi posso sbagliare, posso essere ingenuo e mancare di realismo, ma questo è il mio pensiero. Il quale ritengo valga soprattutto per quegli autori che scrivono di etica, di politica, di filosofia e che sono giunti grazie al valore del proprio lavoro a vedersi riconosciuto il ruolo pubblico di "intellettuali", svolgendo così un compito abbastanza delicato verso la società.
Penso sarebbe auspicabile che tutti gli autori fossero attivi nel cercare di arginare l'immenso conflitto di interessi del quale da quasi un ventennio tutti noi italiani (di destra, di centro, di sinistra non importa) siamo prigionieri, ma so bene che non tutti possono sempre permettersi questa battaglia, perché esprimere pubblicamente il proprio pensiero è un privilegio abbastanza raro. Primum vivere deinde philosophari, questa antica massima di saggezza vale per tutti, nessuno è chiamato a fare l'eroe. Per quanto mi riguarda poter esprimere liberamente il mio pensiero coincide con la possibilità di "combattere la buona battaglia", per riprendere la celebre espressione di san Paolo. Naturalmente non condanno nessuno né chiamo nessuno a crociate, mi permetto solo di dire che provo ammirazione per tutti quegli intellettuali che, potendo permetterselo, evitano di contribuire con i proventi delle loro opere a finanziare quel conflitto di interessi che è "la madre di tutti i problemi".
Sono consapevole altresì che ognuno si sceglie le battaglie ideali come meglio crede e io non intendo insegnare nulla a nessuno, tanto meno alle insigni personalità che in questo articolo ho chiamato in causa, cerco solo di dare il mio contributo perché l'Italia possa un giorno non essere più il paese dei furbi. Quando avrò il concluso il volume per il quale ho un contratto in essere con la Mondadori tirerò le logiche conseguenze di tutto questo ragionamento, come lo stesso farò per un piccolo saggio che avrei dovuto consegnare entro dicembre all'Einaudi per un volume a più autori a cura di Gustavo Zagrebelsky. Ai cari amici che ho in Mondadori ai quali mi legano stima e affetti incancellabili ho scritto ieri: "... magis amica iustitia" (Vito Mancuso, La Repubblica, 03/09/2010)

giovedì 2 settembre 2010

La rivoluzione (ciò che vorrei da elettore) di Giuseppe Civati

Da sempre sostenitore del modello kirghiso (scherzo), mi sottraggo alla brillante discussione avviata da D'Alema e subito sviluppata da Franceschini, rivisitata da Bindi e reinterpretata da altri ancora, a nome e per conto di tutti gli esponenti del pantheon democratico. Secondo me si deve ripartire, per sobrietà, dal mattarellum ed evitare uno spettacolo simile, che puntualmente i responsabilissimi dirigenti del Pd ripropongono agli incolpevoli (e attoniti) elettori. Poi se la prendono con Renzi che chiede la rottamazione: rottamazione con il doppio turno o alla tedesca? Già.


Quello che non hanno capito i nostri sempiterni leader è che di fronte a quello che sta accadendo - icasticamente rappresentato dalla tenda berbera con hostess e cavalli e carabinieri che rievocano Pastrengo (tutto vero) - ci vuole una rivoluzione. Sì, proprio una rivoluzione. Di fronte al crollo di questa Italia, non si può traccheggiare. Non ci si può abbandonare al politicismo. Non si può discutere come se il mondo si riducesse a tre palazzi romani e a due segreterie di partito. No, non si può. Non solo è sbagliato, è quasi immorale. Perché l'Italia può e deve essere meglio di così. E di fronte a quello che abbiamo visto negli ultimi vent'anni, bisogna esagerare. Dall'altra parte. Sognare qualcosa di nuovo, la notte, e, durante il giorno, saperlo spiegare con parole chiare.


La rivoluzione, ci vuole. Una rivoluzione che riguardi prima di tutto noi stessi. E vuol dire che noi dobbiamo fare proprio il contrario di così. I giornali si aspettano che noi ci mettiamo a discutere - anzi, a litigare - sul sistema elettorale? E noi non lo facciamo. E presentiamo le nostre proposte per i precari. Gli addetti ai lavori ci interrogano circa la migliore leadership di un eventuale governo tecnico che ci sappia traghettare verso le prossime elezioni? E noi rispondiamo che abbiamo un'idea per il fisco e per la lotta all'evasione. Tutti si chiedono chi si candiderà alle primarie? E noi, dal momento che tra l'altro si sono già candidati proprio tutti alle primarie, rispondiamo che abbiamo da fare, perché riaprono le scuole. Qualcuno ci cita l'ennesima dichiarazione di Bocchino (che ormai dichiara anche nel sonno)? E noi rispondiamo, sereni, che ci vuole una nuova politica estera, perché questa cosa di Gheddafi è avvilente.


E poi ci vuole una rivoluzione della politica. Sul serio. Che tolga argomenti alla famosa anti-politica (che si sono inventati i cattivi-politici), che si rivolga agli astensionisti sempre più numerosi, che sappia trovare la misura al «tempo» e alla «dote», diceva Dante, rievocando una Firenze che non c'è più. Due mandati possono bastare, si può rinunciare alla pensione, si può ridurre del 20-30% lo stipendio senza che accada nulla. Si può immaginare che chi spreca e sperpera, in un momento del genere soprattutto, torni a fare il proprio lavoro, se ce l'ha, o ne cerchi uno, se ha sempre vissuto di politica. Ho detto lavoro, non un consorzio o un ente pubblico. Che chi fa un'opera (di bene) ci metta il tempo previsto e che se non ce la fa, lo spieghi e ci spieghi chi deve pagare la penale. Ci vuole un partito che passi tutto il proprio tempo a parlare con i cittadini e non con se stesso, in uno stream of consciousness che ci sta facendo uscire pazzi. Molly Bloom? Certo. Forse senza 'Y'. Perché siamo proprio molli.


La rivoluzione deve partire dalle cose che vanno peggio, proprio perché ci sono ampi margini di miglioramento. Ti entra in casa un idraulico. Chiedigli la ricevuta, perché potrai scaricarla dalle tasse. E se facciamo pagare le tasse, poi, anziché creare un tesoretto e discuterne con Diliberto (che è tornato, anche lui), automaticamente le restituiamo a chi le tasse le ha sempre pagate e a chi si impegna a investire per davvero.


Le grandi opere? Non ci sono solo le autostrade, ci sono anche i treni che fanno schifo, la banda larga da posare, i tubi dell'acqua da sistemare senza venderla alle finanziarie. Sei precario ma lavori da dipendente, dalle 9 alle 18? Ti diamo una notizia sconvolgente: ti stanno prendendo per il culo. E così non va bene.


E tutti tagliano la scuola e la ricerca? E noi invece la finanziamo a prescindere, e chiediamo uno sforzo a chi se lo può permettere. E tutti pensano che la finanza sia incontrollabile, e che minimo minimo se vai in banca ti fregano di sicuro? Queste cose possono cambiare, anche subito. Grazie all'informazione, altro problema di cui occuparsi, dopo questi anni di conflitto di interessi.


Tutto quello che è successo in questi ultimi vent'anni, è sbagliato. Abbiamo buttato via tempo e denaro. Abbiamo perso un miliardo di occasioni. Cambiare il sistema elettorale è uno strumento, cambiare la politica e la società sono i nostri obiettivi. Non invertiamo i fattori, perché il risultato - in politica - cambia. Si stravolge. Diventa irriconoscibile.


Intendiamoci, non lo dico da politico in sedicesimi: lo dico da elettore di sinistra. E lo dico dopo averne parlato con millemila elettori di sinistra. Questo ci vuole. Tutto il resto, è noia e, forse, errore a sua volta.


Una rivoluzione italiana, che parta da dove siamo deboli e incerti. E rompa lo schema della dannata comunicazione di B. Una forma di disobbedienza verso i luoghi comuni e i proverbi che ci accompagnano come fossero mantra. «Non siamo mica qui a pettinare le bambole», «non mettere il carro davanti ai buoi», «non accettiamo lezioni da nessuno». I proverbi, come le cose, si possono cambiare. E la sinistra l'hanno inventata, secoli fa, proprio per cambiare le frasi fatte. Che sono, appunto, da farsi, di nuovo, per rimettere a posto le parole. E le cose.