"In verità, in verità vi dico, non c'è limite alla malizia delle donne, soprattutto delle più innocenti" (Josè Saramago, "Il Vangelo secondo Gesù Cristo", 1997, ET Einaudi, pag. 26)
All'infuori del cane, il libro è il migliore amico dell'uomo (Groucho Marx)
sabato 8 ottobre 2011
sabato 3 settembre 2011
Preghiera a Dio
"Ormai non mi rivolgo più agli uomini bensì a te, Dio di tutti gli uomini, di tutti i mondi e di tutti i tempi, se mai è lecito a deboli creature, sperdute nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, di ardire chiederti qualche cosa a te che hai dato tutto, a Te i cui segreti sono immutabili ed eterni. Degnati di considerare con occhi pietosi gli errori inerenti alla nostra natura! e fa' che questi errori non diventino la nostra sventura! tu non ci hai dato un cuore perchè ci odiassimo, e mani perchè ci sgozzassimo; fa' che ci aiutiamo reciprocamente a tollerare il fardello d'una vita penosa e passeggera! che le minime differenze tra le vesti che coprono il nostro debole corpo, tra le nostre lingue insufficienti, tra tutti i nostri ridicoli costumi, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre insensate opinioni, tra tutte le nostre condizioni così sproporzionate ai nostri occhi e così simili davanti a te; che tutte le minime sfumature che distinguono gli atomi chiamati uomini non siano segnali di odio e di persecuzione! che coloro i quali accendono ceri in pieno giorno per celebrarTi, tollerino coloro i quali si accontentano della luce del Tuo Sole! che coloro i quali coprono la veste con una tela bianca per dire che bisogna amarTi, non detestino coloro i quali dicono la stessa cosa sotto un manto di lana nera! che sia la stessa cosa adorarTi in un gergo derivato da un'antica lingua o in un gergo più recente! che coloro i quali portano una veste tinta in rosso o in viola, che dominano su una particella del mucchietto di fango di questo mondo, e che posseggono alcuni frammenti arrotondati di un certo metallo, godano senza orgoglio di ciò che chiamano grandezza, e che gli altri li guardino senza invidia; perché tu sai che in codeste vanità non c'è nulla né da invidiare né da insuperbire.
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! che abbiano orrore della tirannia esercitata sulle anime, come hanno in esecrazione il brigantaggio che con la forza rapisce il frutto del lavoro e della pacifica industria! Se i flagelli della guerra sono inevitabili, non odiamoci, non laceriamoci a vicenda in seno alla pace, e impieghiamo l'attimo della nostra esistenza a benedire in varie lingue, dal Siam fino alla California, la Tuà bontà che ci ha accordato questo attimo!" (Voltaire, "Trattato sulla tolleranza", 1763, collana "I classici del pensiero libero" del Corriere della Sera, pag. 98)
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! che abbiano orrore della tirannia esercitata sulle anime, come hanno in esecrazione il brigantaggio che con la forza rapisce il frutto del lavoro e della pacifica industria! Se i flagelli della guerra sono inevitabili, non odiamoci, non laceriamoci a vicenda in seno alla pace, e impieghiamo l'attimo della nostra esistenza a benedire in varie lingue, dal Siam fino alla California, la Tuà bontà che ci ha accordato questo attimo!" (Voltaire, "Trattato sulla tolleranza", 1763, collana "I classici del pensiero libero" del Corriere della Sera, pag. 98)
Il diritto dell'intolleranza
"Il diritto dell'intolleranza è quindi assurdo e barbaro; è il diritto delle tigri: anzi, è anche più orribile, perchè le tigri non sbranano che per mangiare, mentre noi ci siamo sterminati per dei paragrafi" (Voltaire, "Trattato sulla tolleranza", 1763, collana "I classici del pensiero libero" del Corriere della Sera, pag. 33)
Religiosità
"Siamo abbastanza religiosi per odiare e perseguitare, ma non abbastanza per amare e soccorrere" (Voltaire, "Trattato sulla tolleranza", 1763, collana "I classici del pensiero libero" del Corriere della Sera, pag. 18)
lunedì 13 giugno 2011
Piccola posta di Adriano Sofri
"Io non rinuncerò mai alle idee che mi sembrano giuste, né alle persone che mi sembrano brave.
Perciò sono di sinistra e sono triste." (da Lella Costa, "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag. 70)
Perciò sono di sinistra e sono triste." (da Lella Costa, "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag. 70)
Vittime incidentali
"Ne parlava già don Milani del 1965, nella sua formidabile Lettera ai cappellani militari: "Nella Prima guerra mondiale le vittime sono state per il cinque per cento civili e per il novantacinque militari. Nella Seconda guerra mondiale le vittime sono state per il quarantotto per cento civili e per il cinquantadue militari. Non si può già più sostenere che i civili sono morti incidentalmente. Nelle guerra contemporanee le vittime sono sempre per il dieci per cento militari e il novanta civili. Si può tranquillamente sostenere che i militari muoiono incidentalmente." La citazione che segue è il mio commento alle sue parole: "D'altra parte sai com'è: a furia di sentirsi ripetere "prima le donne e i bambini, prima le donne e i bambini", si vede che l'hanno presa alla lettera." (Lella Costa, "La sindrome di Gertrude, 2009, Rizzoli, pag. 31)
sabato 4 giugno 2011
Scriviamo perchè ...
"Scriviamo con la sensazione scostante che nulla di quanto stiamo imprimendo sulla carta avrà mai il potere di cambiare la storia, nemmeno quella di un destino individuale, eppure allo stesso tempo, con la netta impressione che nell’intricata giungla cittadina di antenne televisive qualcuno ci stia ascoltando e tutto quanto un giorno potrà cambiare. Scriviamo tronfi della passione logorata, ma non per questo meno ardente, di chi sa di dominare il linguaggio in un paese dominato dalle mode e dall’analfabetismo dell’efficienza; alle fiere del libro ci divertiamo a spargere la voce che sessanta nostri autografi, il libro compreso, si possono battere con uno di Maradona e due di Ronaldo. Scriviamo spinti dalla vocazione per la volontà, la leggenda, l’utopia, l’umorismo nero, la satira, il melodramma involontario, il realismo accidentale. Scriviamo perché ci sembrerebbe di morire se non potessimo raccontare storie di fate e folletti, gli incubi dell’ultimo dittatore o la descrizione del campo di pallacanestro dopo la partita, e moriremmo davvero se smettessimo di farlo.
Scriviamo con tutta l’anima, con la disperazione di un disgraziato che rischia la vita sull’ultimo tram se non troviamo il tono giusto, se non riusciamo a costruire bene un personaggio secondario o a trovare la parola perfetta per descrivere lo smog della notte quando non ci è possibile vederlo.
Scriviamo perché crediamo nel potere della parola, nella suadente capacità trasformatrice; sappiamo che la letteratura è la più efficace arma di distruzione di neuroni avariati, simile a una grande navicella aliena in orbita nei nostri cervelli; sappiamo che nessuno può rimanere la stessa persona dopo avere letto il Diario di Anna Frank e che un uomo di quarant’anni non può essere razzista se da adolescente è stato un fanatico di Sandokan e di Salgari; sappiamo che laddove Lenin falliva, Robin Hood era sempre invincibile; sappiamo che si rimorchia molto più facilmente con le poesie di Neruda e che il conte di Montecristo è la personificazione del sacrosanto diritto alla vendetta, che da queste parti è diventata lo strumento politico più diffuso. Scriviamo qui, nel luogo che ci ha scelto e che abbiamo fatto nostro, in questa America Latina ultima riserva di passioni in un pianeta decaffeinato e light. Nemmeno allo stadio terminale di un’infermità mentale scambieremmo la nostra condizione di narratori latinoamericani con il lauto conto in banca di qualche scrittore americano di best seller o di uno stilista modaiolo europeo. Non abbiamo bisogno di dosi extra di esotismo per essere amati dai nostri lettori, condividiamo già con loro l’amore per soggetti reali o inventati come il Rìo de la Plata al tramonto, la pioggia di Managua, il colore rosso vivo, il pennacchio di Montezuma, le corse dei ragazzini per le strade, i personaggi che si tagliano le vene per amore, le bancarelle di pasti caldi lungo i marciapiedi davanti all’Hospital General, i cortei di protesta che invadono le strade di Caracas, la sensazione che un libro è tanto utile quanto un’amaca nella foresta amazzonica del Perù, l’idea che il sesso è una meravigliosa festa piena di insidie. Non corriamo il rischio di diventare provinciali. Non c’è ragione per cui, dal nostro sperduto angolo di mondo, dobbiamo rinunciare alla curiosità per l’astrofisica, agli ultimissimi giochino per computer, alle novità del teatro off di Brodway, alle campagne di solidarietà per le popolazioni che muoiono di fame nel Corno d’Oro africano o alle notizie dell’ultima impresa sull’Everest nelle catene dell’Himalaia.
Non chiediamo niente più di quello che già possediamo: la facoltà di scrivere ed essere letti. E così raccontiamo con la stessa rabbia feroce e divertita di chi, solo dopo avere perso tante volte l’aereo, comincia a capire veramente il senso del viaggio" (Paco Ignacio Taibo II in "Te li do io i Tropici", citato da Lella Costa in "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag.27-28)
Scriviamo con tutta l’anima, con la disperazione di un disgraziato che rischia la vita sull’ultimo tram se non troviamo il tono giusto, se non riusciamo a costruire bene un personaggio secondario o a trovare la parola perfetta per descrivere lo smog della notte quando non ci è possibile vederlo.
Scriviamo perché crediamo nel potere della parola, nella suadente capacità trasformatrice; sappiamo che la letteratura è la più efficace arma di distruzione di neuroni avariati, simile a una grande navicella aliena in orbita nei nostri cervelli; sappiamo che nessuno può rimanere la stessa persona dopo avere letto il Diario di Anna Frank e che un uomo di quarant’anni non può essere razzista se da adolescente è stato un fanatico di Sandokan e di Salgari; sappiamo che laddove Lenin falliva, Robin Hood era sempre invincibile; sappiamo che si rimorchia molto più facilmente con le poesie di Neruda e che il conte di Montecristo è la personificazione del sacrosanto diritto alla vendetta, che da queste parti è diventata lo strumento politico più diffuso. Scriviamo qui, nel luogo che ci ha scelto e che abbiamo fatto nostro, in questa America Latina ultima riserva di passioni in un pianeta decaffeinato e light. Nemmeno allo stadio terminale di un’infermità mentale scambieremmo la nostra condizione di narratori latinoamericani con il lauto conto in banca di qualche scrittore americano di best seller o di uno stilista modaiolo europeo. Non abbiamo bisogno di dosi extra di esotismo per essere amati dai nostri lettori, condividiamo già con loro l’amore per soggetti reali o inventati come il Rìo de la Plata al tramonto, la pioggia di Managua, il colore rosso vivo, il pennacchio di Montezuma, le corse dei ragazzini per le strade, i personaggi che si tagliano le vene per amore, le bancarelle di pasti caldi lungo i marciapiedi davanti all’Hospital General, i cortei di protesta che invadono le strade di Caracas, la sensazione che un libro è tanto utile quanto un’amaca nella foresta amazzonica del Perù, l’idea che il sesso è una meravigliosa festa piena di insidie. Non corriamo il rischio di diventare provinciali. Non c’è ragione per cui, dal nostro sperduto angolo di mondo, dobbiamo rinunciare alla curiosità per l’astrofisica, agli ultimissimi giochino per computer, alle novità del teatro off di Brodway, alle campagne di solidarietà per le popolazioni che muoiono di fame nel Corno d’Oro africano o alle notizie dell’ultima impresa sull’Everest nelle catene dell’Himalaia.
Non chiediamo niente più di quello che già possediamo: la facoltà di scrivere ed essere letti. E così raccontiamo con la stessa rabbia feroce e divertita di chi, solo dopo avere perso tante volte l’aereo, comincia a capire veramente il senso del viaggio" (Paco Ignacio Taibo II in "Te li do io i Tropici", citato da Lella Costa in "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag.27-28)
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