All'infuori del cane, il libro è il migliore amico dell'uomo (Groucho Marx)
sabato 3 settembre 2011
Religiosità
"Siamo abbastanza religiosi per odiare e perseguitare, ma non abbastanza per amare e soccorrere" (Voltaire, "Trattato sulla tolleranza", 1763, collana "I classici del pensiero libero" del Corriere della Sera, pag. 18)
lunedì 13 giugno 2011
Piccola posta di Adriano Sofri
"Io non rinuncerò mai alle idee che mi sembrano giuste, né alle persone che mi sembrano brave.
Perciò sono di sinistra e sono triste." (da Lella Costa, "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag. 70)
Perciò sono di sinistra e sono triste." (da Lella Costa, "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag. 70)
Vittime incidentali
"Ne parlava già don Milani del 1965, nella sua formidabile Lettera ai cappellani militari: "Nella Prima guerra mondiale le vittime sono state per il cinque per cento civili e per il novantacinque militari. Nella Seconda guerra mondiale le vittime sono state per il quarantotto per cento civili e per il cinquantadue militari. Non si può già più sostenere che i civili sono morti incidentalmente. Nelle guerra contemporanee le vittime sono sempre per il dieci per cento militari e il novanta civili. Si può tranquillamente sostenere che i militari muoiono incidentalmente." La citazione che segue è il mio commento alle sue parole: "D'altra parte sai com'è: a furia di sentirsi ripetere "prima le donne e i bambini, prima le donne e i bambini", si vede che l'hanno presa alla lettera." (Lella Costa, "La sindrome di Gertrude, 2009, Rizzoli, pag. 31)
sabato 4 giugno 2011
Scriviamo perchè ...
"Scriviamo con la sensazione scostante che nulla di quanto stiamo imprimendo sulla carta avrà mai il potere di cambiare la storia, nemmeno quella di un destino individuale, eppure allo stesso tempo, con la netta impressione che nell’intricata giungla cittadina di antenne televisive qualcuno ci stia ascoltando e tutto quanto un giorno potrà cambiare. Scriviamo tronfi della passione logorata, ma non per questo meno ardente, di chi sa di dominare il linguaggio in un paese dominato dalle mode e dall’analfabetismo dell’efficienza; alle fiere del libro ci divertiamo a spargere la voce che sessanta nostri autografi, il libro compreso, si possono battere con uno di Maradona e due di Ronaldo. Scriviamo spinti dalla vocazione per la volontà, la leggenda, l’utopia, l’umorismo nero, la satira, il melodramma involontario, il realismo accidentale. Scriviamo perché ci sembrerebbe di morire se non potessimo raccontare storie di fate e folletti, gli incubi dell’ultimo dittatore o la descrizione del campo di pallacanestro dopo la partita, e moriremmo davvero se smettessimo di farlo.
Scriviamo con tutta l’anima, con la disperazione di un disgraziato che rischia la vita sull’ultimo tram se non troviamo il tono giusto, se non riusciamo a costruire bene un personaggio secondario o a trovare la parola perfetta per descrivere lo smog della notte quando non ci è possibile vederlo.
Scriviamo perché crediamo nel potere della parola, nella suadente capacità trasformatrice; sappiamo che la letteratura è la più efficace arma di distruzione di neuroni avariati, simile a una grande navicella aliena in orbita nei nostri cervelli; sappiamo che nessuno può rimanere la stessa persona dopo avere letto il Diario di Anna Frank e che un uomo di quarant’anni non può essere razzista se da adolescente è stato un fanatico di Sandokan e di Salgari; sappiamo che laddove Lenin falliva, Robin Hood era sempre invincibile; sappiamo che si rimorchia molto più facilmente con le poesie di Neruda e che il conte di Montecristo è la personificazione del sacrosanto diritto alla vendetta, che da queste parti è diventata lo strumento politico più diffuso. Scriviamo qui, nel luogo che ci ha scelto e che abbiamo fatto nostro, in questa America Latina ultima riserva di passioni in un pianeta decaffeinato e light. Nemmeno allo stadio terminale di un’infermità mentale scambieremmo la nostra condizione di narratori latinoamericani con il lauto conto in banca di qualche scrittore americano di best seller o di uno stilista modaiolo europeo. Non abbiamo bisogno di dosi extra di esotismo per essere amati dai nostri lettori, condividiamo già con loro l’amore per soggetti reali o inventati come il Rìo de la Plata al tramonto, la pioggia di Managua, il colore rosso vivo, il pennacchio di Montezuma, le corse dei ragazzini per le strade, i personaggi che si tagliano le vene per amore, le bancarelle di pasti caldi lungo i marciapiedi davanti all’Hospital General, i cortei di protesta che invadono le strade di Caracas, la sensazione che un libro è tanto utile quanto un’amaca nella foresta amazzonica del Perù, l’idea che il sesso è una meravigliosa festa piena di insidie. Non corriamo il rischio di diventare provinciali. Non c’è ragione per cui, dal nostro sperduto angolo di mondo, dobbiamo rinunciare alla curiosità per l’astrofisica, agli ultimissimi giochino per computer, alle novità del teatro off di Brodway, alle campagne di solidarietà per le popolazioni che muoiono di fame nel Corno d’Oro africano o alle notizie dell’ultima impresa sull’Everest nelle catene dell’Himalaia.
Non chiediamo niente più di quello che già possediamo: la facoltà di scrivere ed essere letti. E così raccontiamo con la stessa rabbia feroce e divertita di chi, solo dopo avere perso tante volte l’aereo, comincia a capire veramente il senso del viaggio" (Paco Ignacio Taibo II in "Te li do io i Tropici", citato da Lella Costa in "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag.27-28)
Scriviamo con tutta l’anima, con la disperazione di un disgraziato che rischia la vita sull’ultimo tram se non troviamo il tono giusto, se non riusciamo a costruire bene un personaggio secondario o a trovare la parola perfetta per descrivere lo smog della notte quando non ci è possibile vederlo.
Scriviamo perché crediamo nel potere della parola, nella suadente capacità trasformatrice; sappiamo che la letteratura è la più efficace arma di distruzione di neuroni avariati, simile a una grande navicella aliena in orbita nei nostri cervelli; sappiamo che nessuno può rimanere la stessa persona dopo avere letto il Diario di Anna Frank e che un uomo di quarant’anni non può essere razzista se da adolescente è stato un fanatico di Sandokan e di Salgari; sappiamo che laddove Lenin falliva, Robin Hood era sempre invincibile; sappiamo che si rimorchia molto più facilmente con le poesie di Neruda e che il conte di Montecristo è la personificazione del sacrosanto diritto alla vendetta, che da queste parti è diventata lo strumento politico più diffuso. Scriviamo qui, nel luogo che ci ha scelto e che abbiamo fatto nostro, in questa America Latina ultima riserva di passioni in un pianeta decaffeinato e light. Nemmeno allo stadio terminale di un’infermità mentale scambieremmo la nostra condizione di narratori latinoamericani con il lauto conto in banca di qualche scrittore americano di best seller o di uno stilista modaiolo europeo. Non abbiamo bisogno di dosi extra di esotismo per essere amati dai nostri lettori, condividiamo già con loro l’amore per soggetti reali o inventati come il Rìo de la Plata al tramonto, la pioggia di Managua, il colore rosso vivo, il pennacchio di Montezuma, le corse dei ragazzini per le strade, i personaggi che si tagliano le vene per amore, le bancarelle di pasti caldi lungo i marciapiedi davanti all’Hospital General, i cortei di protesta che invadono le strade di Caracas, la sensazione che un libro è tanto utile quanto un’amaca nella foresta amazzonica del Perù, l’idea che il sesso è una meravigliosa festa piena di insidie. Non corriamo il rischio di diventare provinciali. Non c’è ragione per cui, dal nostro sperduto angolo di mondo, dobbiamo rinunciare alla curiosità per l’astrofisica, agli ultimissimi giochino per computer, alle novità del teatro off di Brodway, alle campagne di solidarietà per le popolazioni che muoiono di fame nel Corno d’Oro africano o alle notizie dell’ultima impresa sull’Everest nelle catene dell’Himalaia.
Non chiediamo niente più di quello che già possediamo: la facoltà di scrivere ed essere letti. E così raccontiamo con la stessa rabbia feroce e divertita di chi, solo dopo avere perso tante volte l’aereo, comincia a capire veramente il senso del viaggio" (Paco Ignacio Taibo II in "Te li do io i Tropici", citato da Lella Costa in "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag.27-28)
venerdì 1 aprile 2011
Il sacro timore
"Magari ci fosse la cara, vecchia paura. Il rispetto del bosco sacro, dell'acqua come principio vitale. Oggi quell'antico timore lo chiamano superstizione, se ne vergognano. Hanno la memoria corta: è grazie alla memoria della paura che questo Mediterraneo inquieto, ostile, ha imparato a sopravvivere [...] Il sacro timore non c'è più. L'assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c'è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. [...] Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all'indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre - gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo- perfettamente intercambiabili fra di loro." (Paolo Rumiz, "La leggenda dei monti naviganti", 2007, Feltrinelli, pag. 324)
giovedì 31 marzo 2011
E comunque sia...
"Un signore distinto che ho incontrato in un caffè di Castrovillari mi ha riassunto efficacemente la situazione: "Qui se non piove è un disastro; se piove, pure. E comunque sia, il governo è ladro" (Paolo Rumiz, "La leggenda dei monti naviganti", 2007, Feltrinelli, pag. 323)
La demenza senile
"Anni fa una ragazza iniziò una ricerca su un maggio. Tornò da me delusa, aveva trovato solo quattro vecchi che ne avevano sentito un'edizione quando erano bambini e non ricordavano quasi nulla. "Torna", le dissi, "e falli ricordare insieme". Lei tornò e i quattro, aiutandosi tra loro, ricostruirono 260 delle 340 quartine di cui era composto il maggio. Incredibile? Niente affatto. allora non c'era la tv ad occupare la mente. Non c'era il rumore. Non c'era il ronzio di fondo che ci obbliga a non pensare e a consumare. Sai, credo che la demenza senile non sia che un hard disk pieno." (Paolo Rumiz, "La leggenda dei monti naviganti", 2007, Feltrinelli, pag. 268)
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