"Tutti, più o meno, erano d'accordo che sul fatto che Piva fosse un introverso, specie quello che lo intervistarono sotto il letto. Qualcuno disse che era rimasto semplice, e continuava a mettersi le mani nel naso e a giocare a ramino col vecchio parroco. Altri dicevano che era cambiato, che era un vero despota nella squadra, e obbligava Bozzoni a mettergli lui le dita nel naso" (Stefano Benni, "Bar Sport", 1997, Feltrinelli Editore, pag. 110)
All'infuori del cane, il libro è il migliore amico dell'uomo (Groucho Marx)
giovedì 3 novembre 2011
mercoledì 26 ottobre 2011
L'abitudine del corpo medico
"Quanto al medico Custos, era un rispettabile professionista che, sull'esempio dei colleghi, guariva tutte le malattie tranne quella di cui si moriva: un'abitudine seccante contratta, purtroppo, da tutti i membri del corpo medico, qualunque sia il paese in cui esercitano" (Jules Verne, "Una fantasia del dottor Ox", 1763, collana "I grandi della narrativa" de La Repubblica, pag. 34-35)
martedì 18 ottobre 2011
Esperienze
"Nella vita bisogna provare tutto almeno una volta, tranne le cose che proprio ci fanno schifo o che implicano uno sforzo troppo arduo o l'alzarsi presto il mattino" (Tibor Fisher, "La gang del pensiero", 1998, Garzanti - Gli elefanti, pag. 256)
giovedì 13 ottobre 2011
La gente in gamba
"La gente veramente in gamba che ho incontrato, magari nessun'altro l'ha mai sentita nominare; essere in gamba sembra escludere la gente da incarichi importanti e dal diventare famosi. Eppure esiste. Quelli che stanno sempre lì a predicare la solidarietà verso gli altri, i fissati della beneficenza e della sollecitudine sono proprio quelli che trattano male i camerieri, trascurano i figli e sottopagano i giardinieri. Potrebbe essere che la bontà sia un po' come un naso aquilino o le sopracciglia folte" (Tibor Fisher, "La gang del pensiero", 1998, Garzanti - Gli elefanti, pag. 250)
Il significato di certe parole
"Quando la gente mi dice certe cose, ogni tanto ho la sensazione che non riuscirò veramente a capirle per molto tempo. Ci vogliono a volte dieci o vent'anni prima che certe cose che ci vengono dette rivelino tutto il loro significato. Spesso parole molto innocenti, pedestri e terra a terra ci si attaccano addosso come lappole e ci vogliono anni prima d'inciampare per caso nel passaggio segreto, prima di vedere il messaggio al rovescio, proprio come succede con le parole dei grandi" (Tibor Fisher, "La gang del pensiero", 1998, Garzanti - Gli elefanti, pag. 229)
sabato 8 ottobre 2011
La malizia delle donne
"In verità, in verità vi dico, non c'è limite alla malizia delle donne, soprattutto delle più innocenti" (Josè Saramago, "Il Vangelo secondo Gesù Cristo", 1997, ET Einaudi, pag. 26)
sabato 3 settembre 2011
Preghiera a Dio
"Ormai non mi rivolgo più agli uomini bensì a te, Dio di tutti gli uomini, di tutti i mondi e di tutti i tempi, se mai è lecito a deboli creature, sperdute nell'immensità e impercettibili al resto dell'universo, di ardire chiederti qualche cosa a te che hai dato tutto, a Te i cui segreti sono immutabili ed eterni. Degnati di considerare con occhi pietosi gli errori inerenti alla nostra natura! e fa' che questi errori non diventino la nostra sventura! tu non ci hai dato un cuore perchè ci odiassimo, e mani perchè ci sgozzassimo; fa' che ci aiutiamo reciprocamente a tollerare il fardello d'una vita penosa e passeggera! che le minime differenze tra le vesti che coprono il nostro debole corpo, tra le nostre lingue insufficienti, tra tutti i nostri ridicoli costumi, tra tutte le nostre leggi imperfette, tra tutte le nostre insensate opinioni, tra tutte le nostre condizioni così sproporzionate ai nostri occhi e così simili davanti a te; che tutte le minime sfumature che distinguono gli atomi chiamati uomini non siano segnali di odio e di persecuzione! che coloro i quali accendono ceri in pieno giorno per celebrarTi, tollerino coloro i quali si accontentano della luce del Tuo Sole! che coloro i quali coprono la veste con una tela bianca per dire che bisogna amarTi, non detestino coloro i quali dicono la stessa cosa sotto un manto di lana nera! che sia la stessa cosa adorarTi in un gergo derivato da un'antica lingua o in un gergo più recente! che coloro i quali portano una veste tinta in rosso o in viola, che dominano su una particella del mucchietto di fango di questo mondo, e che posseggono alcuni frammenti arrotondati di un certo metallo, godano senza orgoglio di ciò che chiamano grandezza, e che gli altri li guardino senza invidia; perché tu sai che in codeste vanità non c'è nulla né da invidiare né da insuperbire.
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! che abbiano orrore della tirannia esercitata sulle anime, come hanno in esecrazione il brigantaggio che con la forza rapisce il frutto del lavoro e della pacifica industria! Se i flagelli della guerra sono inevitabili, non odiamoci, non laceriamoci a vicenda in seno alla pace, e impieghiamo l'attimo della nostra esistenza a benedire in varie lingue, dal Siam fino alla California, la Tuà bontà che ci ha accordato questo attimo!" (Voltaire, "Trattato sulla tolleranza", 1763, collana "I classici del pensiero libero" del Corriere della Sera, pag. 98)
Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! che abbiano orrore della tirannia esercitata sulle anime, come hanno in esecrazione il brigantaggio che con la forza rapisce il frutto del lavoro e della pacifica industria! Se i flagelli della guerra sono inevitabili, non odiamoci, non laceriamoci a vicenda in seno alla pace, e impieghiamo l'attimo della nostra esistenza a benedire in varie lingue, dal Siam fino alla California, la Tuà bontà che ci ha accordato questo attimo!" (Voltaire, "Trattato sulla tolleranza", 1763, collana "I classici del pensiero libero" del Corriere della Sera, pag. 98)
Il diritto dell'intolleranza
"Il diritto dell'intolleranza è quindi assurdo e barbaro; è il diritto delle tigri: anzi, è anche più orribile, perchè le tigri non sbranano che per mangiare, mentre noi ci siamo sterminati per dei paragrafi" (Voltaire, "Trattato sulla tolleranza", 1763, collana "I classici del pensiero libero" del Corriere della Sera, pag. 33)
Religiosità
"Siamo abbastanza religiosi per odiare e perseguitare, ma non abbastanza per amare e soccorrere" (Voltaire, "Trattato sulla tolleranza", 1763, collana "I classici del pensiero libero" del Corriere della Sera, pag. 18)
lunedì 13 giugno 2011
Piccola posta di Adriano Sofri
"Io non rinuncerò mai alle idee che mi sembrano giuste, né alle persone che mi sembrano brave.
Perciò sono di sinistra e sono triste." (da Lella Costa, "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag. 70)
Perciò sono di sinistra e sono triste." (da Lella Costa, "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag. 70)
Vittime incidentali
"Ne parlava già don Milani del 1965, nella sua formidabile Lettera ai cappellani militari: "Nella Prima guerra mondiale le vittime sono state per il cinque per cento civili e per il novantacinque militari. Nella Seconda guerra mondiale le vittime sono state per il quarantotto per cento civili e per il cinquantadue militari. Non si può già più sostenere che i civili sono morti incidentalmente. Nelle guerra contemporanee le vittime sono sempre per il dieci per cento militari e il novanta civili. Si può tranquillamente sostenere che i militari muoiono incidentalmente." La citazione che segue è il mio commento alle sue parole: "D'altra parte sai com'è: a furia di sentirsi ripetere "prima le donne e i bambini, prima le donne e i bambini", si vede che l'hanno presa alla lettera." (Lella Costa, "La sindrome di Gertrude, 2009, Rizzoli, pag. 31)
sabato 4 giugno 2011
Scriviamo perchè ...
"Scriviamo con la sensazione scostante che nulla di quanto stiamo imprimendo sulla carta avrà mai il potere di cambiare la storia, nemmeno quella di un destino individuale, eppure allo stesso tempo, con la netta impressione che nell’intricata giungla cittadina di antenne televisive qualcuno ci stia ascoltando e tutto quanto un giorno potrà cambiare. Scriviamo tronfi della passione logorata, ma non per questo meno ardente, di chi sa di dominare il linguaggio in un paese dominato dalle mode e dall’analfabetismo dell’efficienza; alle fiere del libro ci divertiamo a spargere la voce che sessanta nostri autografi, il libro compreso, si possono battere con uno di Maradona e due di Ronaldo. Scriviamo spinti dalla vocazione per la volontà, la leggenda, l’utopia, l’umorismo nero, la satira, il melodramma involontario, il realismo accidentale. Scriviamo perché ci sembrerebbe di morire se non potessimo raccontare storie di fate e folletti, gli incubi dell’ultimo dittatore o la descrizione del campo di pallacanestro dopo la partita, e moriremmo davvero se smettessimo di farlo.
Scriviamo con tutta l’anima, con la disperazione di un disgraziato che rischia la vita sull’ultimo tram se non troviamo il tono giusto, se non riusciamo a costruire bene un personaggio secondario o a trovare la parola perfetta per descrivere lo smog della notte quando non ci è possibile vederlo.
Scriviamo perché crediamo nel potere della parola, nella suadente capacità trasformatrice; sappiamo che la letteratura è la più efficace arma di distruzione di neuroni avariati, simile a una grande navicella aliena in orbita nei nostri cervelli; sappiamo che nessuno può rimanere la stessa persona dopo avere letto il Diario di Anna Frank e che un uomo di quarant’anni non può essere razzista se da adolescente è stato un fanatico di Sandokan e di Salgari; sappiamo che laddove Lenin falliva, Robin Hood era sempre invincibile; sappiamo che si rimorchia molto più facilmente con le poesie di Neruda e che il conte di Montecristo è la personificazione del sacrosanto diritto alla vendetta, che da queste parti è diventata lo strumento politico più diffuso. Scriviamo qui, nel luogo che ci ha scelto e che abbiamo fatto nostro, in questa America Latina ultima riserva di passioni in un pianeta decaffeinato e light. Nemmeno allo stadio terminale di un’infermità mentale scambieremmo la nostra condizione di narratori latinoamericani con il lauto conto in banca di qualche scrittore americano di best seller o di uno stilista modaiolo europeo. Non abbiamo bisogno di dosi extra di esotismo per essere amati dai nostri lettori, condividiamo già con loro l’amore per soggetti reali o inventati come il Rìo de la Plata al tramonto, la pioggia di Managua, il colore rosso vivo, il pennacchio di Montezuma, le corse dei ragazzini per le strade, i personaggi che si tagliano le vene per amore, le bancarelle di pasti caldi lungo i marciapiedi davanti all’Hospital General, i cortei di protesta che invadono le strade di Caracas, la sensazione che un libro è tanto utile quanto un’amaca nella foresta amazzonica del Perù, l’idea che il sesso è una meravigliosa festa piena di insidie. Non corriamo il rischio di diventare provinciali. Non c’è ragione per cui, dal nostro sperduto angolo di mondo, dobbiamo rinunciare alla curiosità per l’astrofisica, agli ultimissimi giochino per computer, alle novità del teatro off di Brodway, alle campagne di solidarietà per le popolazioni che muoiono di fame nel Corno d’Oro africano o alle notizie dell’ultima impresa sull’Everest nelle catene dell’Himalaia.
Non chiediamo niente più di quello che già possediamo: la facoltà di scrivere ed essere letti. E così raccontiamo con la stessa rabbia feroce e divertita di chi, solo dopo avere perso tante volte l’aereo, comincia a capire veramente il senso del viaggio" (Paco Ignacio Taibo II in "Te li do io i Tropici", citato da Lella Costa in "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag.27-28)
Scriviamo con tutta l’anima, con la disperazione di un disgraziato che rischia la vita sull’ultimo tram se non troviamo il tono giusto, se non riusciamo a costruire bene un personaggio secondario o a trovare la parola perfetta per descrivere lo smog della notte quando non ci è possibile vederlo.
Scriviamo perché crediamo nel potere della parola, nella suadente capacità trasformatrice; sappiamo che la letteratura è la più efficace arma di distruzione di neuroni avariati, simile a una grande navicella aliena in orbita nei nostri cervelli; sappiamo che nessuno può rimanere la stessa persona dopo avere letto il Diario di Anna Frank e che un uomo di quarant’anni non può essere razzista se da adolescente è stato un fanatico di Sandokan e di Salgari; sappiamo che laddove Lenin falliva, Robin Hood era sempre invincibile; sappiamo che si rimorchia molto più facilmente con le poesie di Neruda e che il conte di Montecristo è la personificazione del sacrosanto diritto alla vendetta, che da queste parti è diventata lo strumento politico più diffuso. Scriviamo qui, nel luogo che ci ha scelto e che abbiamo fatto nostro, in questa America Latina ultima riserva di passioni in un pianeta decaffeinato e light. Nemmeno allo stadio terminale di un’infermità mentale scambieremmo la nostra condizione di narratori latinoamericani con il lauto conto in banca di qualche scrittore americano di best seller o di uno stilista modaiolo europeo. Non abbiamo bisogno di dosi extra di esotismo per essere amati dai nostri lettori, condividiamo già con loro l’amore per soggetti reali o inventati come il Rìo de la Plata al tramonto, la pioggia di Managua, il colore rosso vivo, il pennacchio di Montezuma, le corse dei ragazzini per le strade, i personaggi che si tagliano le vene per amore, le bancarelle di pasti caldi lungo i marciapiedi davanti all’Hospital General, i cortei di protesta che invadono le strade di Caracas, la sensazione che un libro è tanto utile quanto un’amaca nella foresta amazzonica del Perù, l’idea che il sesso è una meravigliosa festa piena di insidie. Non corriamo il rischio di diventare provinciali. Non c’è ragione per cui, dal nostro sperduto angolo di mondo, dobbiamo rinunciare alla curiosità per l’astrofisica, agli ultimissimi giochino per computer, alle novità del teatro off di Brodway, alle campagne di solidarietà per le popolazioni che muoiono di fame nel Corno d’Oro africano o alle notizie dell’ultima impresa sull’Everest nelle catene dell’Himalaia.
Non chiediamo niente più di quello che già possediamo: la facoltà di scrivere ed essere letti. E così raccontiamo con la stessa rabbia feroce e divertita di chi, solo dopo avere perso tante volte l’aereo, comincia a capire veramente il senso del viaggio" (Paco Ignacio Taibo II in "Te li do io i Tropici", citato da Lella Costa in "La sindrome di Gertrude", 2009, Rizzoli, pag.27-28)
venerdì 1 aprile 2011
Il sacro timore
"Magari ci fosse la cara, vecchia paura. Il rispetto del bosco sacro, dell'acqua come principio vitale. Oggi quell'antico timore lo chiamano superstizione, se ne vergognano. Hanno la memoria corta: è grazie alla memoria della paura che questo Mediterraneo inquieto, ostile, ha imparato a sopravvivere [...] Il sacro timore non c'è più. L'assistenzialismo ha ucciso tutto, anche la percezione del degrado, e dietro a questa rimozione c'è la voglia di dimenticare una misera identità contadina. [...] Una perdita di memoria a causa della quale non vedi più nemmeno il futuro. Ti rimane addosso un oscuro senso di incertezza, cui reagisci ricorrendo all'indigestione da supermercato, ai cartomanti, agli indovini. Intanto, la vecchia paura rinnegata ne produce infinite altre - gli immigrati, la piccola criminalità, il terrorismo- perfettamente intercambiabili fra di loro." (Paolo Rumiz, "La leggenda dei monti naviganti", 2007, Feltrinelli, pag. 324)
giovedì 31 marzo 2011
E comunque sia...
"Un signore distinto che ho incontrato in un caffè di Castrovillari mi ha riassunto efficacemente la situazione: "Qui se non piove è un disastro; se piove, pure. E comunque sia, il governo è ladro" (Paolo Rumiz, "La leggenda dei monti naviganti", 2007, Feltrinelli, pag. 323)
La demenza senile
"Anni fa una ragazza iniziò una ricerca su un maggio. Tornò da me delusa, aveva trovato solo quattro vecchi che ne avevano sentito un'edizione quando erano bambini e non ricordavano quasi nulla. "Torna", le dissi, "e falli ricordare insieme". Lei tornò e i quattro, aiutandosi tra loro, ricostruirono 260 delle 340 quartine di cui era composto il maggio. Incredibile? Niente affatto. allora non c'era la tv ad occupare la mente. Non c'era il rumore. Non c'era il ronzio di fondo che ci obbliga a non pensare e a consumare. Sai, credo che la demenza senile non sia che un hard disk pieno." (Paolo Rumiz, "La leggenda dei monti naviganti", 2007, Feltrinelli, pag. 268)
domenica 23 gennaio 2011
Gli -ismi
"Gli -ismi sono spesso detestabili, nascondono un imbroglio. Come il ciclismo: la cosa più lontana dalla bicicletta che esista." (Paolo Rumiz, "La leggenda dei monti naviganti", 2007, Feltrinelli, pag. 118)
Esportazione della democrazia....
"L'attualità così fuorviante che non leggo più i quotidiani. Non capisci mai cosa c'è davvero dietro i fatti. Ci dicono parole come "esportazione della democrazia". Ma nel convento altrui non si porta mai la propria regola, è un detto russo ed è una sacrosanta verità. Dovrebbero capirlo tutti. I cinesi in Tibet. Bush in Iraq. Gli italiani non parliamone, abbiamo visto in Etiopia. Esportare la propria legge è sempre un fallimento. Ma nessuno lo dice." (Mario Rigoni Stern in Paolo Rumiz, "La leggenda dei monti naviganti", 2007, Feltrinelli, pag.72)
lunedì 10 gennaio 2011
Imparare dai classici...
"Con cento grandi libri, puoi vivere fino a novant'anni. Guarda Senofonte, la sua Anabasi sulla ritirata dei greci dall'Anatolia, in inverno. L'ho riletto da poco. C'è già tutto. Identico, nei minimi dettagli, alla storia del fronte russo. E allora ho pensato: che bisogno avevo di scrivere il Sergente della neve? Ho prodotto solo una variante sul tema. E poi Tucidide, Polibio: una meraviglia. Non un grammo di retorica. La parola "eroe" non viene usata mai. Oggi, invece, basta che cada un elicottero per avere funerali di stato..." (Mario Rigoni Stern in Paolo Rumiz, "La leggenda dei monti naviganti", 2007, Feltrinelli, pag.71)
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