All'infuori del cane, il libro è il migliore amico dell'uomo (Groucho Marx)
martedì 31 gennaio 2012
Per il mio cane - secondo
"Lettori cinofili, per i quali scrivo questo libro, credetemi: la gioia di possedere un cane che rappresenti quasi la perfezione della sua razza si spegne pian piano nei lunghi anni di intimità, ma non si spegne il disagio che creano certe carenze psichiche come l'eccessivo nervosismo, l'ombrosità, l'esagerata pusillanimità. Il tempo non immunizza contro tali logoranti difetti, anzi rende ad essi più sensibili. Un bastardo intelligente, fedele, animoso e con i nervi a posto, dà alla lunga assai più soddisfazioni che non un campione purissimo costato un patrimonio"(Konrad Lorenz, "E l'uomo incontrò il cane", 1950, Adelphi, pag. 72-73)
Per il mio cane - primo
"E' triste ma innegabile che una accurata selezione di caratteri fisici non è conciliabile con una selezione di caratteri psichici. Gli esemplari che rispondono a tutte le esigenze in entrambi i campi sono troppo rari per poter fondare solo su di loro la continuazione di una razza. Come io non conosco un solo scienziato veramente di genio che sia anche un Apollo, o una donna che incarni la bellezza ideale e sia dotata di un'intelligenza più che mediocre, così non conosco alcun campione di una qualsiasi razza canina che vorrei avere come mio cane" (Konrad Lorenz, "E l'uomo incontrò il cane", 1950, Adelphi, pag. 70)
sabato 21 gennaio 2012
Un consiglio...
"Mi è stato chiesto un augurio, anche solo un consiglio. Lo do: è di stare svegli, non abbandonarsi ai sogni. So il valore del mito, so come riesce a dare luce alla vita, anche a farcela capire. Ma non devo accettarlo come autorità che trascende la mia scelta. Può accompagnare la vita, non deve determinarla. Quando scegli non devi sognare, tu sei responsabile." (Vittorio Foa, "Questo Novecento", 1996, Einaudi Editore, pag. 383)
Una triste realtà ...
"L'idea che Mani Pulite abbia portato a una discontinuità nella società italiana, che l'avrebbe avviata, finalmente, a un'etica di responsabilità è stata presente nella sinistra, oltre che (per qualche tempo) nella destra post-fascista di Alleanza Nazionale. Anche io l'ho in qualche modo condivisa. Essa era alimentata dal consenso vastissimo che ha sostenuto la procura di Milano e in particolare Antonio Di Pietro. Ma, lo ripeto, le inchieste non hanno provocato una riforma intellettuale e morale, la crisi è stata politica. La riprova si ha nel fatto che nulla è cambiato nel tessuto delle relazioni sociali e interpersonali. Certo, la paura ha per qualche tempo frenato la corruzione negli affari, ma è stata solo una tregua. La coerenza e il coraggio di un gruppo di magistrati, pur così ammirevoli, non potevano avere un'efficacia pervasiva nella società. E neppure nel più ristretto campo della politica. Questa è tutta cambiata ma, almeno fino al momento nel quale scrivo (la primavera del 1996), non si è certo ricondotta al confronto di atti e di programmi, si è chiusa piuttosto nell'affabulazione." (Vittorio Foa, "Questo Novecento", 1996, Einaudi Editore, pag. 374)
lunedì 9 gennaio 2012
La mente costituente
"Ero giovane ed ero contento di essere deputato. Sono convinto che vi è stata allora quella che si potrebbe chiamare una mente costituente, una capacità di guardare insieme agli interessi particolari (individuali, di classe e di partito) e agli interessi generali; di guardare all'oggi e insieme anche al domani. I contrasti politici tra i partiti erano molto forti ma pur nell'evidenza di questi contrasti la Costituente riusciva a toccare un livello altro, e questo altro livello era quello della ricerca comune. Era una democrazia plurale, le differenze erano legittime, si trattava di vivere civilmente nella diversità. Come vivere il conflitto, quello era il punto chiave della mente costituente. Sostenere, come accade oggi, che lo scontro fra destra e sinistra era lacerante e metteva persino in forse l'identità nazionale, è quindi assolutamente fuori luogo. Convivere non vuol dire negare il conflitto, vuol dire saperlo vivere. E dare stabilità alle regole senza però chiuderle di fronte alla storia del futuro. Per salvare il futuro, si doveva proclamare che il conflitto, ideale o materiale, era legittimo, era un diritto." (Vittorio Foa, "Questo Novecento", 1996, Einaudi Editore, pag. 211)
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